Elisa Bartoli in una foto di Francesco Chiantese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cretti, o delle fragilità

spettacolo di teatro danza

 

da uno studio di

Francesco Chiantese

 

sui testi di

Ingmar Bergman

 

con

Elisa Bartoli

 

scrittura scenica di

Francesco Chiantese

 

coordinamento di

Aurora Scofano

 

durata 50'

 

Prodotto da

Accademia Minima del Teatro Urgente - Teatro dei Sintomi

 

in residenza creativa presso

Teatro degli Arrischianti di Sarteano | i Macelli di Certaldo | Chille de la Balanza Ex. O.P. San Salvi (Firenze)

 

 

“Ci siamo messi in discussione con in mano i testi di Bergman, alcune sue interviste ed i soggetti di alcuni suoi film, che avevano come tema la fragilità umana ed il rapporto tra l'uomo ed il sacro. Ne è nato uno spettacolo di danza teatro o di teatro danza o decidete voi dopo averlo visto– scherza Francesco Chiantese – perché la divisione tra teatro e danza è comparsa relativamente pochi anni fa nella storia delle nostre arti ed anche subito scomparsa grazie ad artisti come Pina Baush o Jerzi Grotowski e nel teatro contemporaneo è abbastanza ridicolo fare questa suddivisione”

E' nel momento in cui si manifestano in tutta la loro fragilità che gli esseri umani si assomigliano ed è proprio nel momento in cui la frattura avviene, nel passaggio tra l'equilibrio e la perdita dell'equilibro, che l'essere umano può riconoscersi e riconoscere in se dio.

Entrando ed uscendo dai testi di Bergman i due artigiani hanno dialogato alla ricerca del punto di rottura, hanno cercato di fotografarlo, di dilatarlo e di mostrarlo al pubblico perché vi si riconosca.

I brandelli di testo sono presentati al pubblico con semplicità, quasi a mani nude, come in un a parte; al centro della scena resta il corpo, svelato e non mostrato, suggerito e non detto, che affronta frammento dopo frammento una drammaturgia esplosa che si ricompone piano davanti al pubblico, per poi dissolversi delicatamente in un momento di riconciliazione, di pace, di scoperta della serenità in un piccolo istante.”

Assieme a “Requiem popolare”, precedente lavoro di Francesco Chiantese, Cretti, o delle fragilità costituisce la tappa di uno studio attorno al Teatro dei sintomi (In limine, appunti per un teatro dei sintomi. Francesco Chiantese ed. Lampidistampa 2012); un tentativo di arrivare ad una nuova idea di popolare che comunichi, con tutti coloro che si rendono disponibili al dialogo, su di un piano sottostante e più nascosto di quello occupato dal linguaggio, ad un piano appunto sintomatico dove il dialogo può avvenire “senza la superstizione della comprensione” in maniera diretta.

 

 

Uno spettacolo “per tutti” quindi purché non sia abbiano “pregiudizi” e si sia disposti a lasciarsi andare e farsi avvicinare dalle emozioni che nascono in scena.

Francesco in Andrej, foto di Francesco Spagnuolo

 

 

 

 

 

 

Andrej

L’assenza di sé

 

uno spettacolo di e con

Francesco Chiantese

 

consulenza alla regia

Matteo Pecorini

 

assistente alla regia

Sara Bensi

 

colonna sonora da

Tenebrae dei Blutwurst (ed. Tempo Reale, 2016)

 

produzione Accademia Minima del Teatro Urgente / Teatro dei Sintomi

residenze artistiche Chille de la balanza, Firenze | Cajka Teatro di avanguardia popolare, Modena

Teatrino di Palazzo Chigi, San Quirico d'Orcia (SI) |Riserva Naturale di Pietraporciana, Sarteano (SI) | Accademia Mutamenti, Vetulonia (GR)

 

“Chiantese sperimenta in una performance a stretto contatto con gli spettatori il «divenire

assenza», focalizzandosi sulla figura dell'artista, sul tempo dilatato che precede sempre la

creazione, rispecchiandosi con grande aderenza nell'atto iconoclasta dell'attore che distrugge i

contorni del ruolo scenico per dipingerne uno nuovo con le proprie sembianze. Il suo è un teatro

«dei sintomi»: ci mostra il vuoto d'aria che si prova prima di un grande salto, qualcosa di intimo

che riguarda il performer e lui solo, trasmesso soltanto per contagio, un contagio di artaudiana

memoria.”

Marzio Badalì - Altre velocità

 

“Andrej – l’assenza di sé (primo studio) apre dunque le porte del tempo che precede la creazione

artistica e lo dilata in un confronto muto tra il più grande autore di icone e il regista Andrej

Tarkovskij [...] Un rito quasi esoterico, alla ricerca di uno sguardo spirituale sulla realtà che si

accompagni all’immaginazione, per cogliere la fonte della necessità di esprimersi attraverso

l’arte.”

Matteo Brighenti - PAC, Magazine di Arte e culture

 

 

“E' gesto iconoclasta quello di Chiantese sul testo spettacolare, non tanto quello di Rublëv sulla

tela, è un parricidio del Dio del teatro occidentale fondato sul logos attraverso una scrittura

drammaturgica fatta di gesti semplici e di parole che non vengono guidate dalla ragione, ma

dall'inconscio, espressione dell'attività psichica e non frutto di ragionamento.”

Simona Sagone - Radiocittàfujico

 

 

 

In residenza presso un ex manicomio, un ex capannone industriale, un teatrino all’italiana, i boschi e le grotte di una riserva naturale, Andrej è una creatura che nasce buia e silenziosa, uno spettacolo che accade per negazione, per contraddizione, per complicazione, per dilatazione, per rinuncia, per assenza.

In Andrej quello che c’è, quello che accade, quello che è mostrato cerca di essere tramite per quello che non c’è, che non accade, che non si può mostrare senza, nel contempo, tradirlo.

Andrej avanza arretrando, osa temendo, risponde con delle domande.

Tutto in questo lavoro cerca di stare nello spazio e nell’attimo che precede l’atto; quasi tutto è incompiuto, come il sentire del creatore finché non osserva la sua creatura ormai nata da un angolo

stanco della sua sala di lavoro.

Un atto d’amore di Francesco Chiantese nei confronti di Andrej Rublëv, il maestro d’icone, ed Andrej Tarkovskij il cineasta che gli dedicò un film nel ‘66; un atto d’amore che inciampa,

impotente, e non si compie e quindi, in un certo senso, una bestemmia.

Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, visitare gli infermi...quando si è di per sé affamati, assetati, ignudi, forestieri, infermi.

Lo spettacolo è sempre allestito nel rispetto degli spazi che lo ospitano, di essi si nutre arricchendosi; la vicinanza del pubblico all’azione scenica facilità il coinvolgimento emotivo e la sensazione di essere presenti all’atto creativo del protagonista.

Alle spalle di Andrej, l’assenza di sé c’è uno studio partito quindici anni fa con Requiem Popolare (Chiantese/Costantini) una partitura per voci e contrabbasso e Cretti uno spettacolo di teatro danza a partire da alcuni testi di Bergman; l’autore descrive in qualche modo il processo di lavorazione nel saggio Teatro dei sintomi (ed. lampidistampa).

Il tentativo è quello di arricchire il teatro di un livello di comunicazione che sottende il linguaggio, che chiamiamo “piano sintomatico o delle necessità” in cui il linguaggio, come nelle lingue antiche, è estremamente vicino alle necessità da cui sgorga. La volontà è quella di riuscire a comunicare a tutti, in uno spettacolo che sia realmente “popolare”, nonostante le differenze culturali, esperienziali e formative dei singoli spettatori, mettendo in dialogo la biografia degli attori con quella dei singoli spettatori.

Un tentativo che, ovviamente, è tensione verso qualcosa che non è realmente possibile, come l’esperienza dell’incontro con la divinità. Un lavoro attorno al de cognitio dei experimentalis fatto da artigiani del teatro e quindi delle relazioni.

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